Niente più siringhe per i diabetici

Il vantaggio per i pazienti diabetici, un milione solo in Italia, è di sganciarsi dal vincolo di centinaia di iniezioni all’anno e per il sistema sanitario rappresenta una concreta possibilità di risparmio sul materiale necessario per la terapia insulinica data in dotazione ai propri pazienti. Fra non molto sarà possibile assumerla per via orale, mandando in pensione aghi e siringhe. I passi avanti verso quella che sarà una vera e propria rivoluzione scientifica si devono a un team di ricercatori della Niagara University e sono stati appena presentati alla conferenza annuale dell’American Chemical Society.

La maggiore difficoltà del somministrare insulina per via orale sta nel riuscire a farla uscire dallo stomaco intatta: l’ambiente estremamente acido di questo infatti riesce solitamente a degradare l’ormone e la capsula che lo contiene prima che essi riescano a raggiungere l’intestino, e quindi il flusso sanguigno.

Ora il team prevede di ottimizzare ulteriormente le formulazioni e condurre ulteriori test su animali, per poi stringere nuove partnership e arrivare alla sperimentazione sull’uomo.

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ARKE: l’esoscheletro in fibra di carbonio che si controlla tramite tablet!

image_resizedDi esoscheletro si parla da diverso tempo, e sono molte le ricerche in atto per costruire apparecchi in grado di far camminare chi non può farlo. Una struttura esterna al nostro corpo, ma integrata a esso e progettata per sostenerci e permetterci di compiere qualsiasi movimento.

ARKE, progettato da Bionik Laboratories, è in questo senso una delle tecnologie più all’avanguardia, perché permette di camminare più velocemente rispetto ai prototipi precedenti che aveva messo a punto l’azienda, aiuta nella riabilitazione e ha costi di realizzazione nettamente inferiori. Ma soprattutto perché è il primo prototipo di esoscheletro che si controlla tramite tablet integrato.

Secondo quanto si apprende dovrebbe essere presto messo in produzione per essere inizialmente proposto ai pazienti in fase di riabilitazione, con l’obiettivo di diventare successivamente un alleato per la vita domestica delle persone che non possono camminare.

Attraverso sensori e algoritmi, il sistema è in grado di apprendere e anticipare i passi di un individuo. Questa informazione viene instradata attraverso il sistema di monitor di bordo che aziona un serie di motori per creare artificialmente uno schema da far seguire alle gambe attraverso l’esoscheletro, e consentirci di camminare.

L’interfaccia funziona tramite wifi ed è facile da gestire, prima di tutto per i medici che hanno in cura il paziente in fase di riabilitazione. Anche la batteria di ARKE dura di più rispetto a quelle dei modelli precedenti e l’intero esoscheletro è significativamente più leggero, grazie a materiali come la fibra di carbonio che rendono il tutto più sottile e maneggevole.

Il prototipo è nato e cresciuto attraverso la collaborazione con una squadra di fisioterapisti. Il primo contesto in cui entra in gioco questo strumento è appunto quello riabilitativo, e di conseguenza il primo suo utilizzatore è l’operatore sanitario, che deve aiutare il paziente a migliorare la propria deambulazione. Grazie a questa tecnologia sarà più semplice per lui leggere i dati e calibrare la terapia riabilitativa a seconda della persona che ha davanti.

Secondo quanto si apprende dal sito web di Bionik, sarebbero circa 10 milioni le persone costrette in sedia a rotelle nei paesi ricchi, fra cui 5 milioni di paraplegici. Vi è poi chi è colpito da lesioni del midollo spinale: circa 500 mila persone al mondo ogni anno (dati Organizzazione Mondiale della Sanità), l’80% delle quali potrebbe trarre beneficio da questa tecnologia. Infine, le vittime di attacco cardiaco, ictus, ischemie, che hanno bisogno di riabilitazione motoria. Solo negli Stati Uniti si registrano 1,5 milioni di attacchi di cuore ogni anno.

La scienza ci spiega come funziona il prurito meccanico (che è diverso da quello chimico)

In foto la centralina del controllo collocata nel midollo spinale

Avete presente quella sensazione che si prova quando vi si passa delicatamente una mano su un braccio e che vi spinge a grattarvi? Alcuni ricercatori del californiano Salk Institute hanno scoperto che questo prurito “meccanico”, diverso da quello “chimico” che può essere generato ad esempio dalla puntura di un insetto, ha un suo preciso circuito nervoso.

Lo studio è stato pubblicato dalla rivista Science e, secondo quanto spiegato dai suoi autori in un comunicato, potrebbe costituire una base interessante per ricerche ulteriori, magari relativamente alle malattie che causano condizioni di prurito cronico (come l’eczema o la neuropatia diabetica) o anche per comprendere la ragione per cui alcune persone affette da prurito non rispondono ai comuni trattamenti con gli antistaminici.

Secondo i ricercatori, questo circuito nervoso tende ad essere “iperattivo” quando, attraverso la pelle, viene inviato lo stimolo relativo alla presenza di un insetto (o di qualunque altra cosa possa generare una sensazione simile); probabilmente si sarebbe evoluto per proteggerci dai potenziali pericoli e veleni che possono celarsi in una piccola puntura.

Grazie alle osservazioni su alcuni topolini, è stato evidenziato come nel fenomeno siano coinvolti dei neuroni del midollo spinale detti “intermediari” incaricati di trasmettere le informazioni dalle diverse parti del corpo, inclusa la pelle; fondamentale in questo processo è il ruolo di una proteina “messaggera”, il neuropeptide Y (NPY) del quale erano già note molte altre funzioni. Un aspetto estremamente curioso rilevato è che ci sarebbero due circuiti distinti, l’uno per la porzione di pelle glabra (ad esempio quella del palmo della mano), l’altro per la pelle pelosa; e soltanto nel secondo caso si attiverebbe l’impulso che spinge a grattarsi.

Date il benvenuto a spooky: l’asteroide di Halloween!

È uno dei tanti oggetti che la NASA tiene sotto controllo attraverso il programma Near Earth Object: si tratta dell’asteroide 2015 TB145 e il suo “passaggio radente” è atteso per il prossimo 31 ottobre (in Italia saranno circa le sei del pomeriggio quando raggiungerà il punto di minima distanza dalla Terra). Insomma, è proprio l’asteroide di Halloween, tant’è che c’è già chi lo ha soprannominato Spooky, spettrale, mentre alla NASA si rivolgono ad esso chiamandolo “la grande zucca”. Una zucca dal diametro stimato attorno ai 400 metri che sfreccerà alla velocità di 35 chilometri al secondo e che, nel suo massimo avvicinamento alla Terra, si troverà a 480.000 chilometri dal nostro Pianeta: una distanza di poco superiore a quella che ci separa dalla Luna (pari a 1,3).

Per molto tempo il nostro Pianeta non vivrà più incontri così ravvicinati, dato che il prossimo avverrà soltanto dell’agosto del 2027 quando l’asteroide 1999 AN10, con i suoi 800 metri di diametro, transiterà ad una unità lunare di distanza (quindi, per intenderci, a circa 384.000 chilometri). O, almeno, questo è quando sappiamo per adesso: non è detto che nel frattempo gli scienziati del programma NEO, sempre con gli occhi aperti sugli oggetti che si avvicinano all’orbita terrestre, non scoprano qualche novità. Lo stesso asteroide 2015 TB145 è stato individuato soltanto il 10 ottobre del 2015, grazie al telescopio Pan-STARRS-1 (Panoramic Survey Telescope and Rapid Response System), posto sulla sommità del vulcano Haleakala, nell’isola hawaiana di Maui. Il suo passaggio radente adesso offrirà una grande opportunità alla comunità scientifica per poter osservare dettagli mai visti in precedenza per questi oggetti, grazie a strumenti ad elevatissima risoluzione.

Le formiche sono pigre?

Formiche pigre

Siamo abituati a parlare delle formiche come di insetti laboriosi che, mossi da un forte spirito di gruppo, dedicano la loro esistenza al lavoro eppure un recente studio della University of Arizona ha scoperto che sono molto pigre o, per meglio dire, che la pigrizia è un aspetto fondamentale per la sopravvivenza della comunità. A darne notizia sono gli entomologi Anna Dornhaus e Daniel Charbonneau che hanno raccolto le loro analisi nello studio intitolato “Workers ‘specialized’ on inactivity: Behavioral consistency of inactive workers and their role in task allocation” e pubblicato su Behavioral Ecology and Sociobiology.

I ricercatori sono partiti da alcune recenti scoperte che indicavano la presenza di alcuni membri completamente inattivi nelle colonie di formiche. Per poterle verificare, gli studiosi hanno raccolto 225 esemplari di Temnothorax rugatulus, formiche del nord America, appartenenti a 5 diverse colonie e, dopo averle inserite in formicai vetrati grazie ai quali era possibile vederle, ne hanno osservato il comportamento.

Ovviamente l’habitat ricreato era simile a quello in cui vivevano in Arizona e, per poterle riconoscere, i ricercatori ne hanno dipinto la testa, il torace e l’addome e, per tre settimane, ne hanno seguito e registrato in video i movimenti. Terminato il tempo prestabilito, i ricercatori ne hanno analizzato le attività e, dai dati raccolti, hanno notato che mentre alcune si occupavano dei più piccoli, si dedicavano alla pulizia personale, si impegnavano nell’approvvigionamento o erano coinvolte nella trofallassi, altre non facevano assolutamente nulla.

Tra le 225 formiche analizzate, i ruoli sono stati distinti in 4 macro gruppi: 34 formiche nutrici, che si occupano della uova, 26 operaie che lavoravano fuori dal nido, 62 tuttofare e ben 103 nullafacenti, queste ultime non avevano alcun tipo di ruolo e trascorrevano intere giornata e nottate senza svolgere una qualsiasi attività. Ma come è possibile?

Secondo gli entomologi queste formiche potrebbero essere riserve utili alla comunità in caso di necessità, ma non negano la possibilità che siano semplicemente pigre. In grosse colonie infatti il lavoro può scarseggiare ed alcune si ritrovano a non avere un compito da svolgere, possiamo chiamarle disoccupate? Per adesso ci accontentiamo di constatare che la pigrizia non è soltanto una nostra prerogativa.

Ecco il vero problema della ricerca della vita su Marte

Gli scienziati della NASA hanno annunciato di aver trovato la prova più convincente mai ottenuta che Marte, in passato ritenuto un pianeta arido, sterile e sostanzialmente privo di vita, può invece ospitare organismi viventi.

Su alcune regioni del Pianeta Rosso è infatti presente acqua liquida, che scorre lungo i pendii e si accumula alla base delle colline e dei crateri equatoriali in pozze in cui potrebbe fiorire la vita. Queste importanti zone di Marte potrebbero essere i luoghi del sistema solare più adatti alla ricerca di vita extraterrestre, un compito tutt’altro che facile.

L’esame delle regioni potenzialmente abitabili di Marte alla ricerca di segni di vita è senza dubbio l’obiettivo principale dell’invio di esseri umani sul Pianeta Rosso , ma secondo un nuovo studio congiunto della National Academy of Sciences e della European Science Foundation, oggi non siamo preparati per questa missione.

Tuttavia, i problemi non sarebbero il rischio di esplosione di razzi, i budget ridotti, i giochi politici al limite della legalità o il supporto popolare troppo volubile, cioè tutte le spiegazioni avanzate dai sostenitori dell’esplorazione spaziale per la lunga attesa dei viaggi con equipaggio oltre l’orbita terrestre.

Il vero problema è che i nostri batteri hanno avuto milioni di anni per diventare resistenti e aggressivi e non sappiamo se quelli di Marte resistenti lo siano, di conseguenza andare su Marte non farebbe altro che uccidere la vita del pianeta rosso dato che con noi porteremo fin troppi batteri.

Insomma sembra che per il momento più che cercare la vita su Marte dobbiamo cercare di non ucciderla!

Finalmente rivelati gli effetti a lungo termine della Marijuana sul cervello umano!

La mente ci inganna più spesso di quanto possiamo immaginare, creando falsi ricordi dei quali siamo del tutto persuasi secondo un fenomeno ormai noto agli scienziati ma non per questo meno interessante per gli studi sul cervello. Ma esistono delle circostanze specifiche che possono favorire più del normale la formazione di memorie mendaci: in particolare, la frequente assunzione di marijuana sarebbe responsabile di una maggiore confusione tra piano del reale e piano dell’immaginario anche nella vita di tutti i giorni.

Lo sostengono alcuni ricercatori dell’istituto di ricerca biomedica di Sant Pau che, in un lavoro condotto assieme all’università autonoma di Barcellona, hanno indagato nelle capacità mnemoniche di gruppi di individui consumatori abituali di marijuana, confrontandole con quelle di un gruppo di controllo di non consumatori.

Gli scienziati hanno coinvolto i partecipanti in una serie di test per verificare le abilità di ciascuno nel memorizzare termini. In una prima fase venivano mostrate ai volontari liste di nomi da ricordare; dopo qualche minuto, veniva presentata una nuova lista modificata, ossia con nuovi termini; alcuni di questi, però, potevano facilmente trarre in inganno poiché appartenenti alla medesima sfera semantica dei termini visualizzati poco prima. Tutti dovevano identificare le parole presenti sia nel primo sia nel secondo elenco. L’analisi delle risposte ha fatto emergere una più alta percentuale di confusione nei soggetti consumatori abituali di marijuana rispetto a quelli del gruppo di controllo.

Una seconda sessione dello studio ha, inoltre, confermato tali risultati attraverso il ricorso alla risonanza magnetica funzionale: gli scienziati hanno infatti potuto osservare nei consumatori un’attivazione ridotta delle aree associate ai processi di formazione dei ricordi, oltre che di quelle coinvolte nell’attenzione.

Un aspetto estremamente interessante dello studio da evidenziare è che i partecipanti avevano smesso di fumare un mese prima di prendere parte all’esperimento: questo significa che gli effetti sulla memoria sono anche di lunga durata…quindi ancora più pericolosi!

Come vediamo sott’acqua

Immergersi nelle profondità marine è un’esperienza stupefacente, sembra quasi che siano governate da leggi fisiche diverse da quelle a cui siamo abituati sulla superficie terrestre. In realtà, ciò che cambia è il mezzo che ci circonda. Per rendersene conto, basta mettere la testa sott’acqua: luce, colori e suoni ci racconteranno un mondo diverso e affascinante.
Come vediamo sott’acqua? Nel momento in cui immergiamo la testa e apriamo gli occhi, il mondo cambia perché i raggi di luce che colpiscono il cristallino, la lente che li fa convergere in un’immagine coerente sulla retina, sono deviati rispetto al loro solito cammino.
Gli oggetti, infatti, saranno messi a fuoco non sulla retina, ma oltre, e il risultato sarà che vedremo un’immagine molto sfocata. Chi è ipermetrope può capire benissimo ciò di cui stiamo parlando, dato che senza occhiali subisce lo stesso effetto; al contrario, una persona miope, che ha il problema opposto (gli oggetti sono a fuoco prima della retina), vedrà meglio.
Che succede, invece, se indossiamo una maschera? Il risultato sarà una vista di nuovo nitida, ma a causa dell’aria (e del vetro) che separa l’acqua dai nostri occhi: gli oggetti ci sembreranno più vicini e più grandi di quanto non siano in realtà.
Il mondo subacqueo è fatto di pochi colori. Chi fa immersioni sa per esperienza che non appena si scende anche di qualche metro, ciò che lo circonda apparirà prevalentemente blu. Perché? Prima di rispondere, partiamo dal modo in cui riusciamo a vedere i colori all’asciutto. La luce è un’onda elettromagnetica e al suo interno ha tante diverse componenti (divise secondo la loro lunghezza d’onda). All’interno del campo del visibile, la porzione dello spettro elettromagnetico che possiamo percepire, va dal violetto al rosso, passando per blu, verde, giallo e arancio, e ogni oggetto colpito dalla luce assorbe e riflette alcune di queste componenti.
Guardatevi attorno: una sedia rossa, per esempio, riflette le onde di luce rossa, assorbendo tutte le altre; una penna blu, invece, trat- tiene le componenti tranne quella blu. Ora dovrebbe essere facile rispondere sul nero: gli oggetti neri assorbono tutto lo spettro. E il bianco? Riflette tutte le onde e noi vediamo la somma totale delle componenti. Ebbene, anche l’acqua è in grado di assorbire la luce solare e, in particolare, è un ottimo assorbente per tutte le onde tranne che per quelle blu.

Questa capacità diventa più evidente con l’aumento della profondità. Il rosso, per esempio, viene assorbito molto rapidamente in pieno oceano e scendendo oltre i cinque metri non ve n’è più traccia. Ecco perché molti pesci e crostacei che vivono oltre queste profondità hanno colorazioni rossastre: agli occhi dei predatori è come se fossero neri, visto che la radiazione rossa è ormai scomparsa.

A seguire si perdono l’arancio, poi il giallo, il violetto e il verde, e infine, a profondità che possono arrivare fino a centinaia di metri, sparisce anche il blu.

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Costruita in Norvegia la prima autostrada per le api

Ad Oslo creata un'autostrada per api

In Norvegia, ad Oslo, è stata creata un’autostrada riservata alle api. Stiamo parlando di un insieme di piante disposte nella città per agevolare l’impollinazione e la sopravvivenza di questi insetti che, negli ultimi anni, si stanno pericolosamente riducendo.

L’idea è nata dal gruppo ambientale Bybi che, attraverso questo percorso dedicato alle api, spera di riuscire a limitare questa incessante perdita. Nel sito dedicato, che però è solo in norvegese, i cittadini vengono invitati ad esporre sui terrazzi di abitazioni, scuole ed uffici, piante, fiori e prati che possano fungere da “autogrill” o “alberghi” per le api della città. La cementificazione delle città sta infatti contribuendo alla minaccia della sopravvivenza della specie. “Non facciamo altro che modificare l’ambiente che ci circonda a seconda dei nostri bisogni e ci dimentichiamo di quelli delle altri specie con le quali conviviamo”, dichiara Agnes Lyche Melvaer, a capo del progetto Bybi.
Quello norvegese non è però il primo esempio di “autostrada per api”, negli Stati Uniti infatti la Casa Bianca sta pensando di realizzare l’Interstate-35 corridor, una strada preferenziale per api che collega il Messico con il Minnesota e si estende su 3000 km. Anche in questo caso piante, prati e fiori funzioneranno da aree di servizio per le api utili alla loro sopravvivenza e, si spera, proliferazione.
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